Nel giro di pochi anni, il sistema produttivo nazionale – e a cascata quello di CNA Toscana Centro – sarà alle prese con la cosiddetta “trasmissione d’impresa” ovvero il passaggio generazionale all’interno delle aziende del territorio che comporta criticità su temi specifici: burocrazia eccessiva, pressione fiscale elevata e costo del lavoro. E’ quanto emerge da un’indagine promossa da CNA che ha coinvolto, in tutta Italia, oltre 2.000 imprenditori. Gianmarco Barluzzi (Presidente Giovani Imprenditori CNA Toscana Centro e Vice Presidente CNA Toscana Centro): “Nei nostri territori abbiamo già esempi di imprese che hanno affrontato questo passaggio con successo”.
L’indagine promossa da CNA ha restituito un quadro variegato sul quale, ogni singolo territorio, può lavorare per affrontare la tematica: oltre l’80% degli imprenditori con più di 40 anni ha già affrontato il tema della trasmissione della propria attività ma, più della metà di questi, non ha ancora intrapreso azioni concrete per organizzare il passaggio di consegne che va a buon fine (63,7% dei casi) in ambito familiare mentre restano forti criticità nelle cessioni a dipendenti o a soggetti terzi. Ancora peggio per quanto riguarda la vendita sul mercato perché lì, quasi nessuna, riesce a concludere l’operazione. Ad oggi, secondo i dati analizzati, gli imprenditori under40 sono solo l’11,3% del campione analizzato ma, di contro, il 68,1% degli stessi opera proprio nel settore dell’artigianato.
«I dati che emergono dall’indagine CNA sono sicuramente interessanti e ci dicono come il mondo dell’artigianato rappresenta una leva importante per il tessuto imprenditoriale – afferma Gianmarco Barluzzi, Presidente Giovani Imprenditori CNA Toscana Centro e Vicepresidente CNA Toscana Centro – Non bisogna dimenticarsi che siamo immersi in un contesto nel quale i giovani sono stati, per anni, proiettati al mondo del lavoro con percorsi tradizionali ed essere imprenditore o libero professionista viene visto come una montagna insormontabile da scalare. Ci sono, poi, coloro che hanno preferito gli impieghi legati ad occupazione digitale e da remoto perché permettono, almeno apparentemente, una vita con maggior tempo libero e, di conseguenza, la trasmissione d’impresa viene vista come un qualcosa di non allettante. Esistono, però, aziende storiche del nostro territorio che possono contare sulla componente valoriale fondamentale per il passaggio generazionale, visto che non sempre anche all’interno della stessa famiglia si riesce a far combaciare il voler innovare con i valori tradizionali di chi ha fondato l’impresa. Tra gli esempi virtuosi, mi piace citare il “Maglificio Beby” di Agliana che rientra nella tipologia dell’attività di famiglia ripresa dalle nuove generazioni e portata avanti con strumenti innovativi per proiettarla nel futuro oppure “Creazioni Milly” di Prato dove, invece, si è deciso di cambiare rotta rispetto a quanto fatto fino a pochi anni fa in maniera tradizionale con l’attuale business composto da macchinari di ultima generazione per poter puntare su un nuovo modo di fare oreficeria. Queste sono le sfide, vinte, che ci piace raccontare e far conoscere».
Per quanto riguarda la continuità aziendale, inoltre, ci sono anche fattori esterni messi in evidenza dall’indagine CNA come burocrazia eccessiva (46,2%), pressione fiscale elevata (44%), costo del lavoro e difficoltà nel reperire personale qualificato senza parlare del nodo sempre più critico che è quello dell’accesso al credito che va a discapito delle micro e piccole imprese, in primis. E quando non si riesce ad effettuare la “trasmissione d’impresa” non c’è soltanto il rischio della chiusura dell’attività ma anche la perdita di conoscenze professionali con ricadute sul patrimonio del “Made in Italy”.
«Il passaggio generazionale non è solo una questione privata delle imprese – sottolinea il Presidente CNA, Dario Costantini – ma una sfida strategica per l’intero Paese. I dati della nostra indagine confermano che la consapevolezza c’è, ma manca ancora una pianificazione concreta e, soprattutto, un contesto favorevole che accompagni questo processo. Servono meno burocrazia, più accesso al credito e strumenti mirati per sostenere chi vuole rilevare un’impresa. Solo così possiamo garantire continuità al nostro sistema produttivo e valorizzare quel patrimonio di competenze che rende unico il Made in Italy».


